Fin dai tempi dell’Antica Roma, la giornata era consacrata ai festeggiamenti per l’arrivo della primavera. Pertanto a tavola venivano consumate, con parenti e amici, tutte le primizie offerte dalla natura.
La Festa dei Lavoratori è piuttosto recente, arriva in Italia nel 1891 e viene onorata ancora oggi con grande fervore. Nella stessa data si festeggia San Giuseppe lavoratore, istituita nel 1955 da papa Pio XII.

Primo maggio è sinonimo di gita fuori porta, con tradizionale pic-nic all’aria aperta. A questo consegue un pranzo in compagnia che contempla: grigliate di carne, pesce o verdure, torte rustiche, ma anche semplici panini. Poiché non c’è festa senza cibo, ecco che in alcune regioni d’Italia ci sono dei piatti che sono il simbolo del Primo maggio.
Un esempio è costituito dalle Virtù teramane tipica pietanza della civiltà contadina.
La preparazione risale al culto della terra celebrato in occasione del Calendimaggio, quando i resti delle provviste invernali si uniscono alle primizie di primavera. Un piatto tradizionale, con numerosi ingredienti dai legumi alle verdure fresche, dalle spezie alla pasta all’uovo, da quella secca fino alla cotenna di maiale. Praticamente una ricetta in cui tutto quello che è in dispensa può andare bene.
In Sardegna il 1° maggio si mangiano i Su filindeu. Secondo la tradizione religiosa, nella notte del primo maggio, i pellegrini che raggiungono a piedi il Santuario di San Francesco di Lula (NU) per rifocillarsi è servita loro una minestra calda ristoratrice. Realizzata con brodo di pecora e un tipo di pasta molto speciale: su filindeu. Il termine in lingua sarda significa i fili di Dio. Si tratta di una pasta di semola di grano duro e acqua tirata in fili sottilissimi e fatti essiccare al sole.

A Volterra, in Toscana, il 1° maggio non è tale se non si mangia la trippa alla volterrana. Una frattaglia, ossia una parte dello stomaco della mucca, che è cucinata con un sugo, profumato da sedano, cipolla, carota soffritti in olio, e, successivamente, arricchito da pomodori.
Fave e pecorino sono l’abbinamento perfetto molto apprezzato dalla cucina tradizionale laziale. Piatto povero delle campagne romane, ideali come antipasto e per il picnic o la gita fuori porta.
Il pecorino romano, nato nelle campagne romane più di duemila anni fa per il piacere dei patrizi e per il rancio dei legionari. A fine Ottocento, il pecorino diventa figlio adottivo della Sardegna, dove ha sede il Consorzio di tutela, e dalla quale proviene oltre il 95% della produzione, mentre il Lazio e la provincia di Grosseto contribuiscono per il restante 5%.
In Sicilia la festa di San Giuseppe è celebrata a Leni, un comune dell’isola di Salina, con una processione e la celebrazione liturgica. Per l’occasione sono allestite ricche tavolate di pietanze tipiche della cucina eoliana e tradizionali piatti di San Giuseppe denominate tavuliate di San Giuseppe. La prima tavuliata risale al 1800, quando il proprietario di imbarcazioni Giuseppe Pittorino allestì una tavola per i poveri in onore del Santo. Grande classico è la tradizionale quadara, la preparazione nelle grandi pentole di rame della pasta con i ceci, legume simbolo dall’antichità di forza e salute.
