Cultura Enogastronomica

ANICE IN CUCINA

L’anice verde* è un aroma cardine nella pasticceria tradizionale italiana, specialmente in ciambelline e dolci pasquali, diffuso dal Nord al Sud. Era usato fin dai tempi dei Romani, i quali, oltre ad apprezzarne le virtù officinali,  lo adoperavano per aromatizzare piatti di carne bianca, pani e focacce. Come la focaccia offerta ai gladiatori prima dell’esibizione in arena, preparata con pasta di pane schiacciata ed arricchita da semi di anice verde, veniva cotta tra la cenere o su un testo di terracotta appoggiato sulla brace.

Questa focaccia, con il nome di lu p’zerulle, è ancora oggi presente nella tradizione picena. A fine pasto invece, in particolar modo in occasioni di lauti banchetti come quelli nuziali, venivano offerti per stimolare la digestione, dolcetti speziati a base di mosto e formaggio, aromatizzati con anice e cumino e cotti in foglie di alloro.

Nel  Medioevo  troviamo  nei banchetti aristocratici semi di anice, accanto a  zenzero, finocchio, cumino,  in confetti  glassati con zucchero di canna o con miele. Anche i Biscotti coll’anici del Monte Amiata risalgono a questo periodo. Fatti di ingredienti semplici  e facilmente reperibili (farina, olio d’oliva, vino, lievito e semi di anice) come gli attuali taralli meridionali,  accompagnavano i contadini nei campi, mantenendo  gusto e sapore per giorni. 

Ricette risalenti invece al Rinascimento  sono quelle dei Berlingozzi, ciambelle toscane all’anice, preparate per le feste di Carnevale già nel Quattrocento. Mentre nella zona di Lamporecchio sono i famosi Brigidini,  cialde  sottilissime e croccanti anch’esse al profumo di anice.

Sempre toscano e di origine rinascimentale è il Buccellato di Lucca, un pane dolce ricco di anice ed uvetta creato nel 1450 dai pasticceri della città e sfornato ancora oggi.

Nel 1543 Fuchs scriveva nel suo Novo Erbario: Il seme di anice rende l’alito lieve e profumato. Utile come dissetante, impedisce il gonfiore di stomaco. Fa produrre più latte alle donne, e stimola il desiderio concupiscente. Questo seme fa del cibo un piacere…”, non possiamo stupirci del  grande  uso che si faceva di questa spezia. Erano certo apprezzate  le sue qualità digestive  ed aromatiche,  ma anche quelle afrodisiache. Non a caso l’anice compare  in numerosi dolci nuziali, seguendo la convinzione  che potesse influenzare positivamente la fertilità dei novelli sposi.

In Maremma troviamo lo Sfratto dei Goym, biscotto senza  lievito all’anice nato nella Comunità Ebraica di Pitigliano e Sorano (GR),  a ricordo  del bastone  con il quale il  messo del Granduca Cosimo II de’ Medici, cacciava i giudei dalle proprie case.

Nella Tuscia viterbese, nel 1588, nasceva il Biscotto  di Sant’Antonio, un pane dolce a forma di treccia in cui si simboleggiava l’unione con il santo al quale era dedicato. Dal sacro arriviamo al  profano, con un dolce marchigiano chiamato  la ficaonta, biscotto speziato all’anice e miele, presente nei banchetti cinquecenteschi.

Anche gli zuccherini montanari dell’Appennino emiliano si regalavano un tempo durante i matrimoni, così come si fa ancora, ad esempio, nel Lazio con la ciambella di Rocca di Papa o al Sud  con il tarallo dolce con  la glassa bianca fondente profumata all’anice.

Nei  dolci di Pasqua della tradizione regionale l’uso dell’anice è diffuso dal Nord al Sud. In Liguria aromatizza i Cavagnetti, piccoli cestini di  pasta dolce che racchiudono uova,  e le ‘cugine’  calabresi e siciliane, come le Cuzzupe e  le Cuddure. L’anice non manca nella preparazione della pizza di Pasqua di Civitavecchia, nella Schiaccia toscana e nei Rocci umbri.

Numerosissimi i biscotti all’anice presenti in gran parte della penisola con le varie distinzioni locali. Esistono i Miliddri (salati), gli  Anicini siciliani, sardi, quelli liguri chiamati anexin e i biscotti del Legaccio, i Ficculi lucani, le Beccute e i Cinque dieci marchigiani.

Sul fronte delle ciambelle non si è da meno, si va dalle laziali Tisichelle alle ciambelline all’anice della Tuscia. Seguono li Cumberzejune abruzzesi e quelle dolci di Casape, le marchigiane al mistrà nonché quelle salate che troviamo in Ciociaria, dove tra le più famose figurano quelle di Veroli.

(*) Vedere = articolo “Anice tra divinazione e cura” al seguente link https://www.sandraianni.it/anice-tra-divinazione-e-cura/ e Anice & Liquori

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