Ben-Essere

COSA NASCONDE UNA ROSA?

Ricordate la canzone di Massimo Ranieri “Rose rosse per te”? Era il 1969 e la canzone, scritta da Franco Califano, lo rese un idolo della canzone italiana. Comunque sia, oggi, non voglio parlarvi di canzoni sulle rose e neanche delle rose come fiori eduli, da usare in cucina o da mettere nel piatto. Voglio soffermarmi sull’incetta di rose che si fa con l’avvicinarsi di San Valentino e su cosa il mercato delle rose nasconda.

Ho preso spunto da un interessante articolo tratto da Slowflowers Italy (https://www.slowflowersitaly.it/blog-1/da-dove-vengono-rose-san-valentino-kenya) per riflettere sul lavoro e la provenienza dei fiori sul mercato. Mercato che in questi giorni impazzisce per approvvigionarsi di fiori per la festa degli innamorati.

L’articolo riporta i risultati dell’inchiesta condotta dalla giornalista Sabrina Giannini nel 2017 e mandata in onda durante la trasmissione Indovina chi viene a cena. Si trattava di un’inchiesta sulle coltivazioni di rose nelle serre del Kenya. La conduttrice era riuscita a intervistare il responsabile di una sola azienda florovivaistica poiché tutti gli altri le avevano negato l’ingresso nelle serre e qualsiasi tipo di confronto. Il risultato dell’inchiesta metteva in evidenza una produzione fatta da lavoratori sfruttati e sottoposti a veleni, oltre a un massiccio inquinamento di acque e terreni. Tutto questo per produrre rose, che costituiscono il 40% del mercato dei fiori da taglio, a prezzi stracciati. Fiori che il mercato olandese commercializza in tutto il mondo, risparmiando sui costi di produzione, soprattutto nelle stagioni più fredde.

Nel 2019 la giornalista Milena Gabanelli pubblicava al riguardo un interessante articolo per il Corriere della Sera. Riportando risultati altrettanto impressionanti. Un vero e proprio sfruttamento di uomini e donne, sottopagati ed esposti a soprusi e contaminazione di fertilizzanti tossici e pesticidi di ogni genere.

Nel 2022 la giornalista Emanuela Citterio, sulla rivista Vita, ribadisce la posizione. Evidenziando come il mercato olandese guadagna sulle spalle di chi lavora per San Valentino.

Il lavoro per produrre rose sulle rive lago Naivasha, quello del romanzo La mia Africa di Karen Blixel, tanto per intenderci, è ben esplicitato nel saggio di Pietro Raitano e Cristiano Calvi, intitolato Rose & Lavoro, Dal Kenya all’Italia l’incredibile viaggio delle rose. Si tratta di un ecosistema rovinato dal profitto. L’approvvigionamento di acque per le coltivazioni intensive e gli scarichi minacciano ormai da anni la ricca biodiversità del lago. Gran parte delle serre in questione, poste lungo le sponde del lago, approfittano delle acque per le irrigazioni e per scaricare i residui della coltivazione direttamente nel lago.

Un operaio kenyano viene pagato per questo lavoro meno di 40 euro al mese, in condizioni di lavoro estremamente dure e faticose. Occorre, infatti, stare incurvati tutto il giorno. I contratti sono raramente a tempo indeterminato, e nei periodi di maggiore richiesta si assumono lavoratori esterni che vengono pagati ancora meno. A lavorare sono soprattutto le donne, che vengono licenziate in tronco se in gravidanza, e che spesso devono subire abusi sessuali. I codici internazionali per la protezione degli operai prevedono che essi debbano rientrare dopo un certo numero di ore dopo l’erogazione degli insetticidi, tuttavia nessuno rispetta queste regole. La maggior parte dei lavoratori ha malattie alle vie respiratorie, per le cui cure non riceve nessun contributo.

La vita di una rosa è molto breve come ci ricorda un’altra canzone, questa volta di Fabrizio De Andrè. Si tratta della Canzone di Marinella (1963) ed in particolare delle parole: e come tutte le più belle cose, vivesti solo un giorno come le rose. In effetti le rose hanno una vita molto breve ed in 48 ore devono essere raccolte, spedite ed essere esposte nei negozi.

Un altro aspetto sconcertante è che pochi sono a conoscenza che i fiori acquistati sotto casa, prima di imbarcarsi per un lungo viaggio, vengono irrorati con una miscela a base di fungicidi, insetticidi, erbicidi e con prodotti che ne arrestano lo sviluppo, quindi inscatolati. Conservati in celle frigorifere a 7-10 °C e poi caricati su voli cargo principalmente per i Paesi Bassi. Ogni volo per l’Olanda trasporta circa 6.000 steli di queste rose africane e in cambio lascia in Kenya degrado ambientale e sociale. La maggior parte delle rose vendute ed acquistate in Italia proviene da Kenya e Etiopia, approvvigionate attraverso l’ Olanda per circa 352 milioni di euro l’anno.

Abbiamo anche in casa nostra ampie sacche di irregolarità, non bisogna andare in Kenia. Quali? Ad esempio quella relativa alla distribuzione dei fiori all’acquirente finale. Molti dei venditori di rose che si vedono nelle città europee arrivano, già indebitati e senza permesso di soggiorno, dal distretto di Madaripur in Bangladesh. Chi dà loro l’alloggio spesso “offre” un lavoro irregolare, senza contratti e senza diritti, e controlla esattamente il volume d’affari di ogni singolo venditore. I venditori camminano per chilometri e chilometri tutte le notti a setacciare bar e ristoranti fino a che non hanno venduto tutti i fiori.

Per ogni vendita incassano da 1 a 5 euro, ma l’incasso è ripartito in misura largamente diseguale. A fronte di un incasso di 120 euro, in una serata favorevole, la metà va al fiorista. Circa 50 euro per vitto e alloggio, mentre restano in tasca al venditore solo 10 euro (fonte https://ultimora.zanichelli.it/geografia/ultimora-geografia-economia/il-commercio-dei-fiori-recisi/). Naturalmente tutto ciò è un mercato irregolare in cui i professionisti (grossisti e fioristi) possono eludere le imposte ed il venditore ambulante, senza alcun contratto e spesso senza un permesso di soggiorno o di un alloggio, non può neanche dimostrare di avere un lavoro e quindi l’illegalità lascia, questi ultimi, in una condizione di estrema fragilità e precarietà.

Concludo con la frase Meditate Gente, meditate. Le parole che Renzo Arbore utilizzava, a partire dal 1980, in uno spot volto a pubblicizzare il consumo di birra.

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