Pere, mele, mele cotogne, melagrane, uva, fichi e tante varietà di frutta trionfarono nella pittura, la cosiddetta natura morta. Dal Seicento, il suo secolo d’oro, questo genere di pittura esaltò più degli altri l’incontro tra arte e cibo, lasciando una testimonianza dell’alimentazione del passato.

In verità il rapporto tra la pittura e il cibo era cominciato già in età romana. Nel Medioevo si racconta attraverso gli affreschi concernenti lavori agricoli mentre miniature e tacuina sanitatis elencavano le virtù medicamentose e dietetiche. I frutti rimandavano al simbolismo della fede e la la natura diventò allegoria. Frutta e ortaggi si intrecciarono nei festoni della Loggia di Psiche a Villa Farnesina, dipinti da Giovanni da Udine. Catturarono l’osservatore nei ritratti bizzarri dell’Arcimboldo. Si fece strada l’interesse scientifico per i vegetali che culminò nelle tavole di Jacopo Ligozzi, o in quelle di Ulisse Aldrovandi, ad uso dei botanici ma note anche ai pittori.
Tra tutti i frutti si affermarono precocemente gli agrumi, visti come i frutti principeschi per eccellenza, l’archetipo dei frutti perfetti come ravvisiamo nei dipinti di Bartolomeo Bimbi.
Prestigio che già si era consolidato nel XV secolo, come dimostrano gli agrumi nei festoni vegetali dei Della Robbia e il bosco di aranci nella Primavera di Sandro Botticelli.
Il cremonese Vincenzo Campi nel corso del Cinquecento manifestò in modo prorompente il gusto per l’indagine naturalistica, come si può verificare grazie al suo indiscusso capolavoro: La fruttivendola. L’opera, del 1583, ha per soggetto una donna del popolo seduta all’aperto, con un grappolo d’uva in mano, nell’atto di presentare ai clienti una serie di ceste, piatti e recipienti ricolmi di frutta e ortaggi. C’è di tutto: dalle ciliegie alle pesche, dalle fave ai piselli, dai carciofi ai cavoli alle zucche, e ancora fichi, gelsi e pere.
Nel Barocco, i vegetali contesero alle figure il primato nei quadri da stanza che raffiguravano l’opulenza dei banchetti di casa, celebrando il prestigio dei committenti e onorandone allo stesso tempo le proprietà fondiarie. Ben presto, le scoperte geografiche integrarono con nuovi semi le colture dell’Occidente: pomodoro e peperoni ravvivarono le tonalità della tavola; zucche, mais e fagioli giunsero dalle Americhe.
Tuttavia l’iniziatore della natura morta moderna in Italia è il Caravaggio con la sua celebre “Canestra di frutta” (1597-1600 ca.), un capolavoro assoluto che mostra frutti realistici, spesso imperfetti, bacati o appassiti, evidenziando il passare del tempo.
La più importante scuola di natura morta italiana si affermò a Napoli: gli artisti napoletani produssero infatti capolavori di livello eccelso. Il napoletano Giuseppe Recco (1634-1695), in particolare, fu apprezzatissimo non solo in Italia ma anche in Spagna, dove visse, lavorò e morì: «pittore singolarissimo di fiori, frutti, cose dolci, pesci, cacciagione, verdume, ed altro», secondo le fonti dell’epoca.
Tra le artiste che osservavano il cibo, forte marcatore sociale, e lo ritraevano per sedurre l’occhio, accendendo emozioni tattili e olfattive figurano le meravigliose ciliegie e pesche di Giovanna Garzoni o le composizioni raffinate di ciliegie e della pittrice lombarda Fede Galizia.
