Ben-Essere

LE ORE

Che si tratti di ora solare o legale oggi ci appare del tutto normale che il giorno si divida in ventiquattro ore e che queste abbiano la stessa durata. Tuttavia fino a qualche secolo fa non era così e capitava che in estate un’ora diurna superasse i settantacinque minuti, a fronte di ore notturne lunghe appena trentacinque minuti.

Nell’antica Roma si divideva il giorno in dies naturalis, dal sorgere del sole al tramonto, e nox, dal tramonto al sorgere del sole. Ciascuna di queste due parti era divisa in dodici ore, poiché nel corso delle stagioni la durata del giorno e della notte variavano notevolmente, la durata di ciascuna ora variava con la stagione e per tale motivo erano dette temporarie. I Romani furono gli unici a utilizzare questo criterio, ma le cose iniziarono a cambiare quando le prime comunità cristiane importarono a Roma l’uso ebraico di far terminare il giorno al tramonto.

Nacque così un sistema orario misto, in cui le horae romane venivano calcolate partendo dal calare del sole. Tale computo del tempo si legò strettamente alla pratica liturgica cristiana, con l’associazione di determinate preghiere a precisi momenti della giornata e della notte, secondo modalità che la Chiesa definì in appositi canoni[1].

Agli inizi del Quattrocento in Italia vi fu un importante cambiamento del sistema orario con la comparsa dei grandi orologi meccanici, che funzionavano per discesa regolarizzata di pesi e “battevano” le ore e i quarti d’ora. Finalmente era possibile dividere il tempo in unità uguali tra loro. Una soluzione, quella di dividere in ventiquattro parti uguali il giorno, già in uso da millenni in Egitto che si venne così a instaurare un nuovo sistema orario, nel quale il giorno finiva e iniziava sempre la sera, dopo la preghiera del tramonto, ma era diviso in ventiquattro ore di uguale durata nel corso dell’anno.

Questo nuovo modo di contare le ore del giorno, caratterizzato dall’uso di orologi con ventiquattro tacche, come quello della Torre dei Mori a Venezia del 1497, si estese presto a tutta l’Europa con il nome di “ora italiana” e nel nostro paese sopravvisse fino all’800.

A soppiantare detto sistema fu la consuetudine francese, risalente al XV secolo, che faceva iniziare il giorno con la mezzanotte, proprio come nell’antica Roma. A differenza dell’uso romano, però, il giorno non era diviso nei due archi diurno e notturno, ma in una prima parte di dodici ore antimeridiane, dalla mezzanotte al mezzogiorno, e in una seconda parte di dodici ore pomeridiane, dal mezzogiorno alla mezzanotte.

L’uso francese si impose rapidamente in tutti i paesi e in seguito si diffuse in tutto il mondo. In Italia la prima città che accettò la riforma fu Firenze, dove gli orologi vennero regolati alla francese già a partire dal 1749, seguita da Parma e dalla Liguria. Solo dopo l’occupazione napoleonica il nuovo sistema fu adottato nelle altre città italiane.


[1] Il primo a disciplinare la liturgia delle ore fu Benedetto da Norcia, che nel VI secolo definì otto momenti di preghiera: mattutino; lodi (all’alba); prima; terza; sesta; nona, detta anche bassa ora, espressione sopravvissuta in alcuni dialetti italiani; vespri (al tramonto); e infine compieta.


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