Tradizioni

MANICA: DALLA MODA AL RISTORANTE

Il ritratto di Giovanna degli Albizi fu realizzato postumo, nel 1488, da Domenico Ghirlandaio, anno in cui la ventenne moglie di Lorenzo Tornabuoni, imparentato con i Medici di Firenze, che morì di parto. Nel dipinto si notano l’elegante acconciatura e i meravigliosi gioielli. E’ molto raffinato il suo bellissimo abito, costituito da una sopravveste in damascato oro, aperta sui fianchi, da una gamurra* in seta, con un motivo a losanghe e fiori, che ne qualifica l’alto rango. Dall’apertura frontale e dai tagli sulle maniche fuoriesce la camicia in lino candido, trattenuta da cordini di seta ornati da elementi in oro. Come in uso fin dal Medioevo le maniche degli abiti erano staccabili e intercambiabili con altri abiti.

Ed è proprio in relazione alle maniche che volevo ricordare che esse non rivestivano soltanto un elemento importante dell’abbigliamento, ma si potevano staccare ed esser cambiate nel corso di diverse occasioni.

In casa, solitamente, si indossavano maniche più modeste mentre quelle da utilizzare nelle occasioni speciali venivano riposte in una cassapanca, lontano dall’abito di cui facevano parte. Quando si usciva, le maniche si cambiavano. In questo modo anche il vestito sembrava diverso. I vantaggi di questa intercambiabilità, vista la moda dei tempi, erano molteplici.

Il cambio di stagione si affrontava meglio, considerato che per alcuni secoli, soprattutto nelle classi sociali più elevate, la differenza tra gli abiti estivi e quelli invernali si misurava dagli indumenti che venivano indossati sotto un vestito che era quasi sempre lo stesso.

Tra l’altro, le maniche si sporcavano molto più facilmente rispetto al vestito e fare il bucato era senz’altro più faticoso di oggi. Così c’erano più maniche rispetto al numero di abiti.

La manica era anche un segnale di appartenenza sociale che serviva a capire immediatamente chi si aveva di fronte. Le maniche erano anche un pegno d’amore e i fidanzati avevano l’abitudine di scambiarsele. Un gesto che equivaleva al moderno anello di fidanzamento.

Le vesti dei nobili, più eleganti e a volte sontuose, venivano confezionate direttamente con delle maniche di riserva. Così non si dovevano nemmeno scucire e la persona amata riceveva in dono quelle di scorta. Era qualcosa della persona amata che si portava con sè.

In caso di rottura del fidanzamento, avveniva la reciproca restituzione delle maniche donate in precedenza. Il gesto certificava una situazione nuova. Si era liberi di prendere una nuova direzione di vita ed era quindi il momento di un altro paio di maniche, frase che pronunciamo ancor oggi.

Sempre in tema di maniche quando qualcuno gode della simpatia e dei favori di un’altra persona, chi lo osserva può dire che quella persona è nella manica di qualcuno.

Anche la parola mancia ha a che fare con le maniche, soprattutto con quelle persone definite di manica larga. La manche, cioè manica in francese, di una nobildonna che assisteva ai tornei cavallereschi, spesso era l’elemento più ricco e ricercato della veste: era realizzata con tessuti preziosi, ornata di ricami, spacchi e sbuffi e arricchita da pietre preziose. Costituiva la testimonianza visiva dell’opulenza di chi la indossava e così la dama premiava il vincitore della giostra lanciandogli in pegno la sua manica larga e ingioiellata.

Da tale prezioso dono è nata la parola mancia, cioè il premio lasciato a testimonianza dell’approvazione per l’opera svolta e il comportamento che si è tenuto. Ricordiamocene quando al ristorante lasciamo dei soldi al cameriere, la mancia appunto, come riconoscimento per chi ha svolto particolarmente bene la propria attività.

*Gamurra, nota anche come Camurra o Camora (XV sec.) e nel Settentrione chiamata Sòcca, Socha, Zupa o Zipa, è la veste femminile da portare sulla camicia e sotto la sopravveste.


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