«Il nome del Natale nelle lingue indoeuropee dell’area scandinava è “jul”, “jol”, e significa originariamente ‘festa del solstizio invernale’: un termine collegato all’antica denominazione della “ruota”, intesa come simbolo del sole.
La concezione cristiana del Natale, come è noto, è d’altronde una rielaborazione della festività preistorica del solstizio invernale, intesa come vittoria del sole (il “Sol Invictus” dei Romani) e della vita sulle tenebre e sulla morte: il Natale cristiano continua e trasforma cioè il “dies natalis Solis”, il ‘giorno della nascita del dio sole’, festa celebrata il 25 dicembre, in coincidenza con il periodo delle notti più lunghe dell’anno, vale a dire quelle del solstizio invernale (21 dicembre).
Non è un caso che ancora oggi la festa di Natale si prolunghi fino al Capodanno e all’Epifania, ricostituendo l’unità delle antiche feste solstiziali (chiamate in latino “Saturnalia”), i cui simboli tanto assomigliano a quelli dell’odierno Natale: piante sempreverdi, vischio, albero natalizio, tripudio carnevalesco, scambio di doni.
Anche la nascita del bimbo sacro, ben lungi dall’essere un’innovazione cristiana, fa parte della stessa eredità precristiana: sia di quella greca, secondo cui Dioniso era nato il 25 dicembre da una vergine, sia di quella egiziana, che poneva la nascita di Osiride il 25 dicembre.
Sempre alla fine di dicembre e sempre da una vergine erano nati il dio Quetzalcoath del Messico pre-colombiano, Buddha, Krishna in India, Scing-Shin in Cina, Mithra in Persia e, presso i Sumeri, Dumuzi/Tammuz, lo sposo ierogamico della dea Inanna/Ishtar/Astarte, la cui morte e risurrezione rappresentava il periodico rigenerarsi della vegetazione a primavera».
[da M. Alinei – F. Benozzo, “Dizionario etimologico-semantico della lingua italiana”, Bologna, ristampa 2021]
