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ARSENICO: IL VELENO PER ANTONOMASIA

Ricordate la commedia Arsenico e vecchi merletti di Joseph Kesselring? Opera che ispirò la trasposizione cinematografica di Frank Capra nel 1944, film in cui compariva l’esilarante e bellissimo Cary Grant. L’arsenico rappresenta omicidi o suicidi, spesso legati a tradimenti, ambizioni politiche o vendette. In numerose opere di William Shakespeare come nel capolavoro letterario di Umberto Eco.

L’arsenico è una sostanza naturale nella forma di cristallo ed i minerali che lo contengono sono il realgar, dal colore rosso, e l’orpimento, dal colore giallo limone.

Costituisce da sempre il veleno per antonomasia. L’arsenico bianco, inodore e insapore, ottenuto riscaldando quello rosso, è conosciuto dall’VIII secolo grazie alla scoperta del grande alchimista persiano noto con il nome di Geber. Dal solfuro si ricava la polvere letale, candida, insapore e perfettamente solubile nei liquidi o nei cibi. Sembra che ad individuarlo per la prima volta sia stato il medico tedesco noto come Alberto Magno, nato sul finire del XII secolo. Conosciuto soprattutto come filosofo, teologo, vescovo e cultore delle scienze naturali(*).

Nel Medioevo l’arsenico era molto diffuso e utilizzato come veleno per topi, nella composizione di farmaci, cosmetici e vernici. Lo si poteva acquistare nelle spezierie, botteghe poste nelle vicinanze dei mercati e nel centro della città, dove lo speziale (**), cioè colui che esercitava la professione, si occupava della preparazione dei farmaci e ne curava la gestione. Nella spezieria si potevano acquistare, oltre alle erbe medicinali, spezie, zucchero, minerali, candele, vernici, inchiostri, carta, sete, dolci e saponi. Non mancavano piccole quantità di avorio, oro, perle e gemme preziose utilizzate per la preparazione di rimedi.

Le ricette dei medicinali venivano annotate dallo speziale in un libro di bottega che lo sollevava da qualsiasi responsabilità. Come nel caso di incidenti post somministrazione del farmaco, la responsabilità, così, ricadeva unicamente sul medico autore della prescrizione. Tra i numerosi rimedi figuravano cerotti, unguenti, pillole, trocisci (pillole rotondeggianti), confetti, sciroppi, giulebbi, vini medicinali, acque aromatiche, aqua vitae e pozioni. Tanti di questi prodotti potevano trasformarsi in veleni se l’ingrediente era tossico, se le dosi erano sbagliate, se l’intento non era curare ma uccidere.

In numerosi cicli letterari medievali si trovano donne abili nel maneggiare pozioni per cura o vendetta. Il legame e, soprattutto, lo stereotipo tra genere femminile e uso di sostanze letali affonda le radici nel mondo antico. Lo storico Tito Livio indicò ben centosettanta matrone come assassine dei loro mariti.

La figura dell’avvelenatrice divenne sempre più comune, soprattutto a partire dal XII secolo, quando si verificò un forte revival della cultura classica. Fu in tale periodo che la letteratura medievale iniziò a rappresentare le donne come figure potenti e pericolose, in grado di manipolare la magia e creare veleni letali.

In altre opere medievali, appaiono donne dotate di straordinarie capacità magiche, esperte nell’arte di creare pozioni, spesso per curare, o danneggiare, a seconda del contesto. In questi testi, le maghe possiedono abilità che spaziano dalla guarigione di malattie, come l’idropisia e la gotta, fino al controllo degli elementi e al potere di manipolare i desideri degli uomini.

La figura di Isotta, nell’epopea di Tristano e Isotta, è particolarmente rilevante per comprendere come lo stereotipo dell’ avvelenatrice venisse legato alla donna. Non solo per il suo potere magico, ma anche per la sua alterità culturale e geografica. Isotta viene vista come una nuova Medea, le cui conoscenze sui veleni alimentano lo stereotipo della donna pericolosa, in grado di controllare la vita e la morte attraverso le sue pozioni.

Altri esempi di donne avvelenatrici emergono dalla figura della strega Grimilde, in Biancaneve, o in Lucrezia Borgia, ammantata ingiustamente da una diffusa leggenda nera. Una tal visione attraversa i secoli fino al famigerato Affare dei Veleni che nel Seicento scosse la corte di Luigi XIV***.

Tuttavia fuori dell’ambito letterario, la realtà storica mostra un quadro più complesso. Le accuse di avvelenamento rivolte alle donne, soprattutto quelle di potere, erano spesso legate a contesti di crisi politica o a dinamiche di lotte interne alle corti aristocratiche. Falsi miti di un fenomeno che ha affascinato e spaventato l’umanità per secoli. L’uso del veleno in realtà coinvolgeva uomini e donne di ogni ceto sociale, infiltrandosi tanto nelle corti nobiliari quanto nei mercati e nelle taverne delle città. Il veleno non era solo uno strumento di morte, ma anche di cura. Un simbolo di autorità e controllo, capace di sconvolgere le dinamiche del potere e della vita quotidiana.

A distanza di secoli l’arsenico, quello inorganico, ritorna alla ribalta, in quanto presente negli alimenti destando, così, molte preoccupazioni per la salute. È quanto emerge dall’ultima valutazione del rischio condotta dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA ), richiesta dalla Commissione europea, per aggiornare la valutazione dell’arsenico inorganico contenuto negli alimenti, tenendo conto di nuovi studi sui suoi effetti tossici in particolare per lo sviluppo di forme tumorali (per approfondire vedere https://www.efsa.europa.eu/it/news/inorganic-arsenic-food-health-concerns-confirmed). I principali alimenti all’origine dell’esposizione sono il riso, i cereali e relative preparazioni, talvolta anche l’acqua potabile contribuisce all’esposizione.

Da allora fino ai nostri giorni l’arsenico non smette di seminare terrore.

(*) Alberto Magno venne proclamato santo e dottore della Chiesa da papa Pio XI nel 1931, dieci anni più tardi, papa Pio XII lo dichiarò patrono dei cultori delle scienze naturali.

(**) Gli Speziali, preparavano le medicine su prescrizione medica, vendevano erbe, droghe e spezie, spesso usate anche per scopi alimentari. Smerciavano profumi, essenze e  colori per tintori e pittori, cera per candele, sapone, spago, carta da scrivere e inchiostro. Lo speziale era spesso anche  un astrologo e un’alchimista. Intorno a lui si raccoglievano il medico e le persone più importanti della città. La farmacia fu in Italia la prima forma di circolo scientifico, culturale e politico. A partire dall’alto Medioevo l’insegnamento dell’arte della spezieria si tramandò attraverso una sorta di praticantato svolto  nelle botteghe dei maestri. In epoca comunale, gli speziali, come gli altri artigiani e professionisti, si riunirono  in corporazioni o arti, che controllavano che la professione venisse svolta da persone competenti.

(***) Scandalo verificatosi a Parigi, tra il 1677 e il 1682, quando un discreto numero di eminenti membri dell’aristocrazia venne implicato e condannato con l’accusa di avvelenamento e stregoneria. Lo scandalo coinvolse anche la cerchia ristretta del sovrano e portò all’esecuzione di trentasei persone.

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